R.F.O. ADERISCE A ARCHIVISSIMA 25 IL FESTIVAL E LA NOTTE DEGLI ARCHIVI

Anche quest’anno R.F.O. parteciperà ad ARCHIVISSIMA 25 il Festival e la Notte degli Archivi Edizione 2025 5-8 giugno | 6 giugno

CONCEPT 2025: #DALLAPARTEDELFUTURO

The future is unwritten Joe Strummer

Ogni storia ha tre finali a scelta (…). Il lettore legge, guarda, riflette se non trova un finale di suo gusto può inventarlo, scriverlo o disegnarlo egli stesso. Buon divertimento! Gianni Rodari, Tante storie per giocare, 1971

Il 17 settembre del 1903 Orville e Wilbur Wright si alzarono in volo a tre metri dal suolo con Flyer, il biplano a motore che avevano costruito nel loro garage. Atterrarono sani e salvi 36 metri dopo. Era stato un volo breve che sollevava più domande di quante risposte era in grado di dare. Nessuno avrebbe detto, in quella giornata di fine estate, che nello stesso mese di centoventuno anni dopo – il 10 per la precisione – altri due uomini, Jared Isaacman e Scott “Kidd” Poteet, assieme a due donne, Sarah Gillis e Anna Menon, sarebbero partiti dalla Terra con la navetta Crew Dragon Resilience 207.3 per quattro giorni e ventidue ore di vacanza nello spazio, a 1400 chilometri dal suolo.

La storia della scrittura è un po’ più articolata. Le prime tracce compaiono 5500 anni fa, in quattro continenti distinti. Duemila anni dopo, a Uruk (circa 3300 a.C.), alcune tavolette d’argilla rivelano l’uso dei primi pittogrammi in chiave simbolica, precursori funzionali dell’alfabeto greco che arriverà, influenzato da quello fenicio, dopo altri duemila (IX e il VIII a.C.).

Un’altra manciata di secoli e l’uomo si trova tra le mani il primo libro stampato della storia, la Bibbia di Gutenberg, a metà del 1400. Poi tutto accelera vorticosamente e il Novecento si impone come il secolo breve. In pochi decenni arrivano l’elaboratore dotato di memoria (l’EDVAC del matematico Neumann, nel 1950) e, ventisei anni dopo, il Personal Computer.

In sintesi, l’umanità ha impiegato circa cinquemila anni per inventare il PC e probabilmente altrettanti per passare dai segnali di fumo al telegrafo, ma solo centonovantasei per inventare il World Wide Web, sessantasei per mettere piede sulla Luna e molti meno per consultare ChatGpt dal cellulare, scoprendo quanti lavori presto non faremo più.

Ciò che abbiamo imparato, oltre che l’uomo sa andare lesto, è che la velocità delle invenzioni supera la velocità psichica con cui è in grado di comprenderle; in altre parole, l’umanità evolve più speditamente di quanto riusciamo a capire. Guardarsi indietro, fermarsi a riflettere, è necessario per mantenere solido l’ancoraggio con quello che siamo stati e per comprendere chi siamo diventati.

Dimenticare che il futuro affonda nel passato è un pessimo modo per fronteggiarlo.

Parte di qui l’ottava edizione di Archivissima: all’insegna dei futuri possibili – non solo quelli ancora da costruire, ma anche quelli che abbiamo inventato nel passato. Nel corso del tempo, lo abbiamo interpretato con lenti sempre diverse. Dal futurismo al razionalismo, dalla fantascienza alla narrativa di anticipazione, dal cinema all’ingegneria, dalla religione all’informatica, il futuro è stato il trait d’union ispiratore di ogni cambiamento sulla Terra. Animato dall’idea del futuro, l’uomo è stato capace di passare dalla ruota all’intelligenza artificiale in una manciata di secondi geologici.

Bisogna allora domandarsi come è stato raccontato, questo futuro, come è stato trasformato nel nostro presente e come sia possibile pensarlo oggi, per costruire l’archivio del domani.

Gli archivi ci offrono molteplici risposte.
Contro il luogo comune che li vorrebbe inerti custodi del passato, gli archivi si rivelano i migliori alleati del futuro, perché custodiscono la memoria e l’immaginazione dei mondi che abbiamo concepito con la fantasia e l’inventiva. Mondi che sono nati plurali, esattamente come gli archivi nascono collettivi, formati da più oggetti tra loro interconnessi. E se anche l’evoluzione della specie avanza un individuo alla volta, il futuro dell’umanità si presenta come una realtà inclusiva e multiforme, cucita dalle relazioni e dagli infiniti collegamenti che ne costruiscono la struttura.

Pensato in questo modo, il futuro diventa una cosa fatta di tante cose, un meta concetto capace di evocare utopie e ucronie, universi ideali e immaginifici, società futuribili e distopie, sogni visionari ed eterni ritorni.
Stare “dalla parte del futuro”, come scriveva Gianni Rodari nelle “istruzioni per l’uso” di Tante storie per giocare, significa allora immaginare finali alternativi per le storie che abbiamo iniziato a narrare, e inventarne di nuovi, accettando la varietà delle soluzioni e dei significati, dei cambi di rotta, del caso. Soprattutto significa porsi in modo nuovo antiche domande: che società vogliamo costruire, che scuola, che lavoro, che cultura, che mondo.

Che il futuro possa restare davvero una scelta tra le scelte, e non un destino ineluttabile, dipende dalla capacità di cura che sapremo mettere in campo per accudire il presente: non c’è futuro senza salvaguardia del pianeta, non c’è futuro senza sostenibilità, non c’è futuro senza risorse, non c’è futuro senza giustizia sociale, educazione e diritti per tutti.

Non c’è futuro, senza futuri. L’oggi dipende da come immaginiamo il domani. Perché il futuro si trova ovunque, soprattutto nel passato. E negli archivi.

 

 

 

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