Il 21 novembre ricorre la festa della Madonna della Salute di Venezia. La festa nasce come voto della Repubblica di Venezia alla Vergine Maria per ringraziarla della fine della terribile peste del 1630-1631, che decimò gran parte della popolazione. Ma è anche l’occasione di riscoprire la Basilica, progettata da Baldassare Longhena, uno dei capolavori del barocco veneziano e che custodisce al suo interno importanti opere d’arte. Non può mancare la visita nella sacrestia della Salute si trova una delle opere più celebri del Tintoretto, le Nozze di Cana (1561), originariamente dipinta per il refettorio del monastero dei Crociferi.
Fu nel 1513 un incendio distrusse completamente il complesso veneziano dei frati Crociferi. La ricostruzione cominciò subito e si concluse intorno al 1555. Nel nuovo monastero si volle dare grande importanza alla decorazione pittorica, con l’intenzione di coinvolgere Paolo Veronese. Secondo il racconto di Carlo Ridolfi (1648), fu però Jacopo Tintoretto a proporsi con insistenza, promettendo persino di avvicinare il proprio stile a quello del Veronese pur di ottenere una commissione.
In seguito gli fu commissionata la grande tela per il refettorio, le Nozze di Cana, che Tintoretto completò e firmò nel 1561, oggi conservata nella sacrestia della Basilica della Salute.
L’opera, da sempre considerata appartenente alla fase “veronesiana” dell’artista, ebbe da subito un notevole successo, tanto che ne esistono varie copie. Ma è fondamentale ricordare il contesto originale del refettorio: Tintoretto, forse su richiesta dei committenti, ideò un dipinto illusionistico che proseguiva nel quadro la prospettiva reale della sala, replicando le travature del soffitto, la posizione delle finestre e la direzione della luce, che scendeva da destra verso sinistra come nell’ambiente vero. Per ottenere un effetto ancora più coinvolgente, dipinse la tavola imbandita, illuminata dalla grande tovaglia bianca, con proporzioni studiate otticamente: sembra lunga e stretta, ma in realtà è più larga che lunga, così da seguire l’osservatore frontalmente da qualsiasi punto ci si ponga. In primo piano a sinistra, per completare il gruppo dei convitati, Tintoretto inserì anche il proprio autoritratto: è l’uomo con barba bianca e veste arancione, a cui la donna al centro mostra una coppa di vetro vuota; accanto al mantello compare la sua firma.
Nel Seicento la situazione cambiò profondamente.
La lunghissima guerra di Candia (1644–1669) contro l’Impero Ottomano ridusse allo stremo le finanze della Repubblica di Venezia. Per procurarsi fondi furono soppressi vari ordini religiosi e confiscati i loro beni. I Crociferi, per ordine di papa Alessandro VII, furono ridotti progressivamente fino allo scioglimento completo nel 1656, e il loro patrimonio venne assegnato ai Gesuiti, da poco riammessi in città dopo il periodo dell’Interdetto. In questo passaggio di proprietà, il priorato dei Crociferi — ormai privo di ruolo effettivo — tentò di vendere le Nozze di Cana al granduca Leopoldo de’ Medici tramite il suo agente Paolo Del Sera. La trattativa fu però bloccata dai Procuratori di San Marco, che proposero un’asta a un prezzo altissimo senza però trovare acquirenti. Nel 1657 la tela fu trasferita temporaneamente a San Giorgio Maggiore, in deposito, fino alla conclusione dei lavori della Basilica della Salute; quindi venne collocata direttamente nella sacrestia, dove si trova tuttora.
La tradizione, riportata da Odoardo Fialetti, seguace del Tintoretto, afferma che originariamente la tela portava negli angoli superiori due stemmi dei Crociferi, poi rimossi agli inizi del Settecento.
In seguito un intervento anonimo ricoprì il dipinto con una vernice che col tempo si ossidò, alterandone l’aspetto. L’ultimo importante restauro, effettuato nel 1986, riportò la superficie alla forma originaria e rivelò vari dettagli nascosti, tra cui la presenza di un vero e proprio ritratto di gruppo: una scena di nozze contemporanea all’epoca del Tintoretto, popolata da personaggi riconoscibili, reinserita all’interno dell’episodio evangelico, come spesso accadeva nella pittura veneziana del Cinquecento.
Questa è la storia vera di uno dei capolavori più affascinanti del Tintoretto: un’opera nata per ampliare illusionisticamente uno spazio monastico, poi passata attraverso soppressioni, trasferimenti e restauri, fino a diventare un prezioso tesoro della Venezia barocca.