FOUNDATION LOUIS VUITTON, UN PROGETTO INTERNAZIONALE PER LA SUA COLLEZIONE

ISAAC JULIEN

Per la sua quinta mostra, l’Espace Louis Vuitton Osaka dedica fino al 22 settembre 2024 l’intero spazio espositivo a una monumentale installazione dell’artista britannico Isaac Julien, “Ten Thousand Waves” (2010).

Questa presentazione si inserisce nel quadro del programma “Hors-les-murs” della Fondation Louis Vuitton, che presenta il patrimonio della Collezione presso gli Espaces Louis Vuitton di Tokyo, Monaco, Venezia, Pechino, Seoul e Osaka, seguendo così la Fondation Louis La missione di Vuitton è quella di avviare progetti internazionali e raggiungere un pubblico globale più ampio. Isaac Julien, originario dell’isola caraibica di Santa Lucia e laureato alla Saint Martin’s School of Art di Londra, Regno Unito, è stato uno dei leader di un movimento di registi inglesi che a metà degli anni ’80 utilizzavano il video come mezzo di attivismo, uno strumento di contro-discorso nell’Inghilterra di Margaret Thatcher. Il Sankofa Film and Video Collective è stato co-fondato da Julien nel 1983 ed era esattamente contemporaneo del Black Audio Film Collective, comprendente in particolare l’artista John Akomfrah. Introducendo le prospettive delle diaspore nere e asiatiche nel dibattito culturale in Inghilterra, questi artisti presentavano temi esplorati negli studi culturali da teorici sociali come Stuart Hall. Il documentario di Julien del 1984 Territories esplorava il carnevale di Notting Hill come luogo di esperienze legate alla razza, alla classe e alla sessualità. Oltre a questi temi, che appariranno regolarmente nel suo lavoro, il regista si è fatto conoscere per l’uso di varie fonti cinematografiche e musicali che ha riciclato e remixato per creare un discorso sfaccettato. La musica è un catalizzatore chiave per la riflessione nelle creazioni di Julien, come nel suo lungometraggio del 1991 Young Soul Rebels, premiato al Festival di Cannes, che esaminava le questioni di genere e razza attraverso la lente della cultura musicale underground della fine degli anni ’70.

All’inizio degli anni ’90, Julien ha lavorato principalmente in televisione e video musicali: ha prodotto una serie di documentari e una docufiction sull’influente pensatore anticoloniale Frantz Fanon. Più recentemente, ha pubblicato un documentario sulla blaxploitation nel 2002 e un ritratto di Derek Jarman nel 2008, un regista per il quale ha lavorato come assistente. Allo stesso tempo, Julien ha adattato molte delle sue opere a un formato espositivo e, utilizzando schermi multipli e una nuova elaborazione del suono, ha creato un nuovo spazio espressivo, lasciando il posto a forme visive e sonore esteticamente realizzate. Tuttavia, i temi di Julien rimangono presenti, come le figure della migrazione e della diaspora rappresentate da suoni e immagini mutevoli. Ten Thousand Waves (2010) è uno dei progetti installativi più ambiziosi di Isaac Julien. Presentata su nove schermi, l’opera è stata creata in collaborazione con figure chiave del mondo artistico cinese, tra cui la pluripremiata attrice Maggie Cheung e il videografo Yang Fudong, il musicista londinese Jah Wobble, la Chinese Dub Orchestra e la compositrice Maria de Alvear.

Vera e propria polifonia di attori, luoghi e periodi, l’opera è un omaggio alla cultura cinese, crocevia di calligrafia, cinema e varie mitologie, dove le questioni dello sfollamento e dell’immigrazione sono centrali.

L’artista ha iniziato questo progetto in seguito al disastro delle vongole nella baia di Morecambe: nel 2004, 23 lavoratori cinesi privi di documenti pagati una miseria per raccogliere le vongole sulla costa settentrionale dell’Inghilterra furono spazzati via da una marea. Nel film, questo dramma riecheggia una leggenda cinese del XVI secolo che racconta di marinai salvati dalla dea Mazu. Questa storia, che coesiste con accenni al cinema cinese degli anni ’30, va intesa secondo l’artista in un senso metaforico molto più ampio: il tragico destino dei protagonisti del film evoca anche il ricordo degli schiavi africani che attraversavano l’Atlantico.

Commento di Cristina Rossello: L’impegno di questa nota fondazione rileva l’importanza della propria missione di far conoscere a livello internazionale il proprio patrimonio, valorizzandone il significato e il suo valore. Quando consideriamo le manifestazioni esteriori della cultura quali: letteratura, pittura, scultura, musica, tendiamo ad associare le culture a diversi Paesi e nazioni, perciò sarà sempre più importante poter conoscere le diverse attitudini, credenze, opinioni, valori, valorizzandole al fine che possano essere un significativo contributo per una crescita sociale mondiale.


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