A un anno dalla scomparsa di Papa Francesco, il suo nome continua a emergere nel dibattito pubblico con una frequenza che va oltre la semplice commemorazione. Non è solo il ricordo di un pontefice, ma la traccia concreta di un cambiamento che ha attraversato la Chiesa cattolica e, in parte, il modo stesso di intendere il ruolo morale delle istituzioni religiose nel mondo contemporaneo.
Quando fu eletto nel 2013, dopo la storica rinuncia di Papa Benedetto XVI, Jorge Mario Bergoglio si presentò come una figura capace di rompere equilibri consolidati. Proveniente da Buenos Aires, portava con sé l’esperienza delle periferie urbane e una sensibilità maturata lontano dai centri tradizionali del potere ecclesiastico europeo. Questa distanza geografica e culturale si tradusse presto in un approccio pastorale inedito: meno dottrinale, più esistenziale.
Il suo pontificato è stato spesso descritto come una tensione continua tra riforma e resistenza. Da un lato, la spinta a rinnovare la Curia romana, a rendere più trasparenti le finanze vaticane e a promuovere una maggiore collegialità tra i vescovi. Dall’altro, le difficoltà interne, le opposizioni silenziose ma persistenti e le fratture che hanno attraversato il mondo cattolico, soprattutto su temi sensibili come la famiglia, il ruolo delle donne e l’accoglienza delle persone LGBTQ+.
Eppure, ridurre Papa Francesco a un riformatore istituzionale sarebbe limitante. Il cuore del suo messaggio è sempre stato altrove: nella centralità della misericordia, nella necessità di “una Chiesa in uscita”, capace di andare incontro alle ferite del mondo. Le sue parole sui migranti :“non sono numeri, ma volti”, hanno contribuito a ridefinire il linguaggio morale su uno dei temi più divisivi del nostro tempo. Simbolico, in questo senso, resta il suo primo viaggio a Lampedusa, dove denunciò con forza la “globalizzazione dell’indifferenza”. Un’espressione che è entrata stabilmente nel lessico politico e sociale, ben oltre i confini ecclesiali. Allo stesso modo, l’enciclica Laudato si’ ha rappresentato un punto di svolta, collegando la crisi ambientale alla giustizia sociale e proponendo un’ecologia integrale che ha influenzato leader politici, attivisti e studiosi. Non meno rilevante è stato il suo impegno per il dialogo interreligioso. L’incontro con il grande imam di Al-Azhar e la firma del Documento sulla fratellanza umana ad Abu Dhabi hanno segnato un passaggio storico nei rapporti tra cristianesimo e islam, in un’epoca segnata da conflitti e incomprensioni.
Sul piano comunicativo, Francesco ha incarnato una discontinuità evidente. Il linguaggio semplice, le immagini quotidiane, le metafore immediate: tutto contribuiva a rendere il suo messaggio accessibile. Ma questa semplicità era solo apparente; dietro vi era una visione teologica e sociale complessa, capace di parlare tanto al credente quanto al non credente.
A un anno dalla sua morte, il bilancio del suo pontificato resta aperto. Alcune riforme hanno messo radici, altre appaiono ancora incompiute. Ma ciò che sembra più duraturo è il cambio di prospettiva che ha introdotto: una Chiesa meno autoreferenziale e più attenta alle periferie, non solo geografiche ma esistenziali. Nel ricordo collettivo, restano immagini difficili da dimenticare: Piazza San Pietro vuota durante la pandemia, la sua figura sola sotto la pioggia, simbolo di una guida che condivideva la fragilità del mondo; gli abbracci ai malati, le visite nei carceri, le parole pronunciate senza filtri anche a costo di suscitare polemiche. Forse è proprio questa la cifra più autentica di Papa Francesco: aver restituito al papato una dimensione profondamente umana, esposta, imperfetta e per questo capace di parlare a tutti. Un’eredità che continua a interrogare non solo la Chiesa, ma l’intera società su quale direzione scegliere in un tempo segnato da disuguaglianze, conflitti e trasformazioni profonde.
Commento di Cristina Rossello: a un anno dalla scomparsa di Papa Francesco, resta il ricordo di un uomo capace di unire semplicità e profondità, parole e gesti. Non ha cercato di essere perfetto, ma autentico, e proprio per questo è riuscito a parlare a tutti. Il suo lascito non è solo nelle riforme o nei documenti, ma nell’idea concreta di un mondo più umano e meno indifferente. Un uomo straordinario perché vicino, e per questo ancora presente nella coscienza di molti.