Tra il XVII e il XVIII secolo, il Grand Tour rappresentava l’apice dell’educazione aristocratica europea. Giovani aristocratici, soprattutto britannici, intraprendevano lunghi viaggi attraverso l’Europa con l’obiettivo di completare la loro formazione culturale, artistica e sociale. L’Italia, con le sue città d’arte, le sue rovine classiche e la sua storia millenaria, costituiva una tappa obbligata di questo percorso di apprendimento.
Oltre alle visite a musei, chiese, palazzi e rovine romane, i viaggiatori stranieri erano attratti da un altro aspetto fondamentale della cultura italiana: la cucina locale. La cucina italiana, allora come oggi, non era uniforme, ma profondamente legata alla tradizione regionale. In Toscana, ad esempio, si apprezzavano piatti semplici a base di legumi, carni e pane; a Napoli, i viaggiatori scoprirono la pizza e dolci tipici come il babà; a Venezia, la cucina era ricca di piatti di pesce e dessert elaborati.
Gli stranieri notavano con interesse le caratteristiche della cucina italiana: l’uso dell’olio d’oliva, delle erbe aromatiche, delle spezie locali e la cura nella preparazione dei dolci. Molti di loro lasciarono resoconti dettagliati nei diari di viaggio, descrivendo i sapori e le tecniche culinarie, contribuendo così a diffondere la fama della cucina italiana in tutta Europa. Il cibo divenne, in questo senso, parte integrante del patrimonio culturale italiano apprezzato dai visitatori stranieri.
Il Grand Tour, quindi, non era solo un viaggio educativo e artistico, ma anche un’esperienza gastronomica.
La scoperta dei piatti italiani arricchiva la conoscenza dei viaggiatori, stimolava la loro curiosità e contribuiva a creare una prima forma di “turismo culinario” internazionale. In questo modo, la cucina italiana iniziò a consolidare la sua reputazione nel mondo, non solo come semplice nutrimento, ma come espressione di cultura, storia e tradizione.
lo stesso Goethe visse il suo “Grand Tour” in Italia tra il 1786 e il 1788 e scrisse le sue osservazioni sul viaggio e sulla cultura italiana, comprese le esperienze gastronomiche, principalmente nel libro “Viaggio in Italia” pubblicato nel 1816-1817.
Sul Lago di Garda, a Torbole:
Il mio albergatore mi annunciò … che si stimava felice di potermi servire trote propriamente stupende … il loro gusto sta fra quello della trota e del salmone … sono di gusto delicatissimo e saporite.
Durante il soggiorno a Napoli:
I cibi condizionati colla farina e con il latte … i maccheroni … si trovano dovunque a modico prezzo. … Si fanno in generale cuocere semplicemente nell’acqua, quindi si condiscono con il cacio sul piatto stesso. … Sull’angolo di tutte le strade principali si vedono friggitori … occupati … a friggere pesci … a chiunque loro ne porga domanda.
E ancora a Napoli:
Egli osserva che il popolo del sud, grazie al “mare ricco di pesce” e alla «frutta e ortaggi disponibili in ogni stagione», può vivere con leggerezza rispetto a chi vive in regioni dove la terra è più aspra e le risorse meno abbondanti.
Commento di Cristina Rossello: il Grand Tour rappresenta un esempio di come l’esperienza culturale e gastronomica possano intrecciarsi. La cucina italiana, testimone delle tradizioni regionali, si rivelò un elemento fondamentale per la formazione dei giovani aristocratici e per la diffusione della fama del patrimonio italiano in tutta Europa. Il viaggio, dunque, non era completo senza la scoperta dei sapori, confermando che il cibo è una parte essenziale della cultura.
Opera in copertina: Antonio Cioci, Piano di tavolo con vasi antichi, (Firenze, Galleria Palatina presso Palazzo Pitti)